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Iniziamo il 2026 raccontando il percorso di Michela, centrale di Milano, che attualmente sta completando il suo Master in Ingegneria Biomedica in una delle università mediche più importanti al mondo. Ogni cammino dei nostri atleti è un mondo a sé, una fonte di ispirazione e di crescita, dentro e fuori dal campo.

Hai trascorso quattro anni a UMBC (University of Maryland, Baltimore County) in NCAA Division I tra studio e pallavolo, culminati con 4 vittorie consecutive della conference. Cosa hai studiato, perché hai scelto UMBC e com’è stata la tua esperienza sportiva in quegli anni?

“Ho studiato biochimica e biologia molecolare. Quando ho deciso di venire negli Stati Uniti avevo già le idee molto chiare: volevo diventare medico. La scelta non è stata semplice, perché in Italia è possibile iniziare medicina subito dopo il liceo, mentre negli Stati Uniti bisogna prima completare quattro anni di laurea undergraduate. Ho quindi deciso di posticipare un po’ questo sogno.

Proprio per questo ho scelto una major che potesse prepararmi al meglio per il percorso in medicina, puntando su una formazione solida nelle materie di base, e la biochimica mi sembrava la scelta più adatta. Cercavo anche una buona squadra dal punto di vista pallavolistico, ma il mio obiettivo principale era trovare un’università valida dal punto di vista accademico.

Sportivamente sono stata molto fortunata perché, quando sono arrivata a UMBC, c’era un’allenatrice internazionale e la squadra era composta in gran parte da atlete straniere: su una decina di ragazze, sei o sette erano internazionali. Insieme abbiamo cambiato la storia del programma, che fino ad allora non aveva ottenuto grandi risultati. Già al mio primo anno abbiamo vinto la conference, nonostante il periodo del Covid. Sono stati senza dubbio gli anni più belli della mia vita, sia a livello universitario che di studio e di pallavolo. In particolare, quel primo anno ha avuto un significato speciale: quella prima vittoria della conference è il ricordo più bello che porto con me.”

Dopo la laurea sei entrata alla Johns Hopkins University, eccellenza mondiale in ambito biomedico, continuando anche a giocare a pallavolo in Division III. Che tipo di scelta è stata? Come hai bilanciato studio e sport e come valuti questo periodo, anche alla luce dell’ottimo percorso nelle finali NCAA DIII?

“Entrare alla Johns Hopkins non era il mio piano A. Il mio obiettivo principale era entrare a Medicina, quindi nell’estate prima del senior year ho sostenuto l’MCAT e presentato le applications a diverse scuole di medicina, ma purtroppo non sono stata accettata. È stato un processo molto lungo e pesante. Parallelamente, avevo fatto domanda anche alla Johns Hopkins per un master, come piano B. Ad aprile ho ricevuto l’email di ammissione alla Johns Hopkins ed è stata una decisione difficile. Ero già entrata nel transfer portal e stavo ricevendo proposte da buoni college con squadre di pallavolo competitive, ma a quel punto della mia carriera volevo dare priorità agli studi.

L’ammissione al master in Ingegneria Biomedica mi ha messa davanti a una scelta importante: rimandare ancora il sogno di studiare medicina o investire in un percorso che potesse aiutarmi nel lungo periodo. Dopo averne parlato con la mia famiglia, abbiamo deciso che la Johns Hopkins fosse l’investimento migliore per il mio futuro.

Inizialmente avevo pensato di non giocare a pallavolo per concentrarmi completamente sugli studi. Il primo anno, infatti, non ho fatto parte della squadra ed è stato molto impegnativo: seguivo 30 crediti in un semestre e restavo in università fino a sera. Col senno di poi, sono contenta di essermi presa quell’anno di pausa dalla pallavolo, anche se lavorando alle partite ho capito quanto mi mancasse far parte di una squadra.

Nel secondo anno di master, essendo full time in laboratorio, avevo una maggiore flessibilità e ho deciso di tornare a giocare durante la stagione autunnale. È stato un anno intenso sia fisicamente che mentalmente: vivevo nel campus dei graduate students, ero lontana dalla palestra e impiegavo circa un’ora per andare e tornare dagli allenamenti. Trovare un equilibrio non è stato semplice, ma ho sempre ricevuto grande supporto dai professori e dalla mia supervisor di ricerca, che è stata molto comprensiva e persino presente ad alcune delle mie partite.

Dal punto di vista sportivo è stata un’esperienza straordinaria. Sono rimasta colpita dalla dedizione delle ragazze e dal livello competitivo: la differenza con la Division I non era così grande come mi aspettavo. Tutte avevamo obiettivi ambiziosi, incluso quello di vincere il titolo nazionale. Siamo uscite alle Sweet Sixteen (ottavi di finali nazionali, ndr), ma è stato comunque un percorso unico. Nonostante la fatica, è stato un anno che mi ha fatto riscoprire l’amore per la pallavolo e che porterò sempre con me.”

Il tuo percorso a UMBC è stato fondamentale. Quanto ha contato il tuo bachelor nel facilitare l’ingresso alla Johns Hopkins e com’è stato per te questo passaggio, sia a livello personale che professionale?

“Se non avessi studiato a UMBC, probabilmente non sarei entrata alla Johns Hopkins. L’esperienza mi ha permesso di migliorare molto l’inglese e di diventare più sicura nella comunicazione, vivendo con persone straniere.

Dal punto di vista accademico, sono stati fondamentali i buoni voti e l’esperienza di ricerca, così come lo shadowing con un medico.

A livello personale sono molto grata ai miei genitori per avermi dato questa opportunità, e la pallavolo ha reso quegli anni ancora più belli. Professionalmente, ho scelto di non ripresentare domanda per Medicina l’anno successivo: il processo era stato molto impegnativo e non mi sentivo pronta a rifarlo. Allo stesso tempo, sono felice della scelta fatta e sono sicura che troverò qualcosa che mi appagherà; senza il master alla Johns Hopkins non avrei potuto realizzare tutto questo.”

Entrando nel dettaglio della tua esperienza alla Johns Hopkins, quali sono stati i momenti più difficili e quelli più gratificanti di questi due anni?

“La cosa più impegnativa di questi due anni è stata trovare un equilibrio tra pallavolo, studio e lavoro. Il fatto di vivere lontano dal campus ha reso tutto più complicato: dovevo partire da casa con largo anticipo, prendere l’autobus, trascorrere circa un’ora in pullman e rientrare a casa un’ora e mezza dopo. È stato molto faticoso. Allo stesso tempo cercavo di restare il più possibile in laboratorio, perché dovevo essere una studentessa full time in laboratorio dalle 8 alle 17. In realtà, la mia professoressa mi ha dato molta flessibilità e mi ha permesso di uscire anche alle 14 quando necessario. Per questi motivi, non sono mai riuscita a entrare nella training room, che è una grande risorsa offerta dal college, perché non avevo materialmente il tempo di fare riabilitazione.

La cosa più gratificante, invece, è stata l’intera stagione in sé e il percorso che ci ha portate così avanti nel torneo NCAA. Non c’è una partita in particolare che spicca più delle altre. Ricordo però con grande piacere un colloquio con la mia allenatrice, durante il quale mi ha detto: “Non hai idea dell’impatto che hai avuto sulle ragazze più giovani e sulla loro crescita”. Dopo la sconfitta nel NCAA Tournament, la mamma di una delle freshman è venuta da me, mi ha abbracciata e mi ha ringraziata per tutto quello che avevo fatto per sua figlia. Non porto con me una singola partita, ma questi momenti, che custodisco nel cuore e che per me valgono davvero tantissimo.”

Guardando al futuro, come pensi di utilizzare la formazione ricevuta alla Johns Hopkins? Stai già valutando opportunità lavorative nel campo biomedico o hai già qualche prospettiva concreta?

“Il futuro è ancora un grande punto di domanda. La mia prima idea è trovare un lavoro. Prima di tutto vorrei rimanere negli Stati Uniti il più possibile: questo non significa che non mi manchi l’Italia, anzi, mi manca moltissimo. Tuttavia, tornare ora significherebbe sprecare i tre anni di OPT che ho a disposizione, e se me ne andassi adesso probabilmente non avrei più l’opportunità di rientrare. Per questo ho già iniziato a inviare candidature per diverse posizioni lavorative.

So che trovare lavoro non è semplice, quindi mi sono anche aperta alla possibilità di intraprendere un PhD, soprattutto perché dopo quest’ultimo anno di ricerca ho capito che mi piace molto. Ho già sostenuto un colloquio per un PhD alla University of Utah: sarebbe bello cambiare scenario, lasciare Baltimora ed esplorare un ambiente completamente diverso. La prossima settimana, invece, ho un colloquio con il Boston Children’s Hospital.

Sto cercando di mantenere aperte più opzioni possibili, così da avere la libertà di scegliere. Penso inoltre che il nome della Johns Hopkins mi stia aiutando molto: sono stati due anni impegnativi, ma sono convinta che ne varranno davvero la pena.”